E cercami tra la folla di pensieri
Di ieri, di oggi, di domani,
i sani sono altri, queste mani
che scrivono male, sinceri
slanci verso ciò che sarà
ma la libertà divide i mari
da ogni cielo, con una metà
sul lato della speranza
e l’altra su quello della tristezza.
E ho immaginato una carezza
Al sapore di more, un amore
In fasce, un dolore che non spezza
Ma unisce, strisce di colore
Sulle pareti dell’aorta e una scorta
Di luci per la notte ingrata,
e ogni rata del fato che riporta
ancora alla data di partenza.
Spengo ogni lume nella stanza
E tengo le tue labbra in evidenza.
Ed ascolto la tua voce in loop,
ancora mi scandisci a tempo
di rock, con un violino pop
in sottofondo. E quel lampo
che buca la memoria è l’esempio
di come il cuore resti il tempio
dell’accordo e del contrasto
divisi solo da ogni verso
sordo alla purezza e dal tasto
di reset alla danza dell’universo.
ascoltando
quel languore salire
e scatenare mille effluvi
dal ventre
fino al centro del cuore.
Brividi
ineguagliabili
scorrono sotto pelle
scuotendone
ogni centimetro del corpo
per insinuarsi
lungo la schiena
ed esplodere
nel più profondo dell’anima.
Sciolta ogni insicurezza
trovano spazio dolci fantasie
accompagnate da un’enfasi sognante
a trasportare all’unisono
due menti, due cuori, due corpi
nell’alcova dell’amore.
dolce da ritornare,
incerto da perdonare.
È stato il tramonto
della neve fresca,
sospesa ancora
sulle labbra ansiose.
Mentre l'abbraccio
chiudeva le paure,
le bocche nutrivano
l'assalto dei cuori;
nessuna difesa,
solo carne cercata
tra le mani.
E noi, stupiti del giorno,
pronti a raccontarlo
all'alba che resiste
al desiderio di farsi notte.
Un uomo si è sbagliato
di piano di porta di chiave
per sapere meglio,
per amare meglio.
Dov’è, dunque, la donna?
È oblio del piacere,
con i suoi bagni di sassi,
con i laceri ricordi della verità.
Ritorna il giorno,
l’incubo è finito,
la realtà lo condanna.
E tu, crudele donna,
hai nella finzione
la tua forza.
Corro lungo il perimetro dei ricordi per afferrare qualcosa di te,
la tua pelle mi parlava senza il tuo consenso
vecchie e bambine contemporaneamente
con lo stesso dolore a stringere la gola
tu ed io.
Ma quanto eri vera tu in quel vicolo cieco…
non come me ora
spinta senza sosta in un perfido percorso lustrato a festa,
in un frastuono assillante
che riesce a confondermi,
mentre annaspo disperata per riuscire finalmente a comprenderti.
nei miei giorni di cinigia ipoacusica,
dove il cuore non ricorda più
la folata d’idioma d’amore
a colorare i miei sogni assopiti
tra stelle stanche e tremule nel fatuo.
Scoppia il risveglio della vertigine,
come una fiamma nel pavento
che non chiede assenso d’ardere,
unicamente travolge di brama
la tua brama di travolgere,
tra flutti e frangenti spiegati
al destino che scrive e cancella luce.
Finalmente tu,
fiore delicato e nudo all’ipocrisia,
che geme promessa da infrangere
per disperdere come rancida polvere
sul ciglio del precipizio senza pace.
Trasogno, sospesa nel tuo centro,
la notte danzante di fuoco
sotto neve che scalda emozioni
da bruciare sottovoce,
come segreti che ardono solo al buio.
Finalmente tu,
penetrante fulmine che squarcia
il ghiaccio antico nel buiore
della mia solitudine,
spogliando le mie salmastre lacrime.
Modelli ombre in acque chete,
e arresa, e naufraga, e vagabonda,
senza più scialuppa di rinuncia
a questa tribù d’amore che tesse
le nostre rizomi ansimanti
sotto lembi di cielo cremisi
blanditi nei vezzi d’amore che conia.




